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LE RAGIONI DI UNA SCELTA
Dr Norberto Confalonieri"n.confalonieri@ortopedia.it"
Ho intitolato, volutamente, questa relazione: " le
ragioni di una scelta ", e non : " le indicazioni della
protesi monocompartimentale ",perche' mai, come
nellartrosi del ginocchio, i motivi che spingono ad usare
una tecnica chirurgica, piuttosto che unaltra, sfuggono da
regole precise, per sfociare nella predisposizione culturale,
professionale e sentimentale di ciascun chirurgo o scuola.
Recentemente, durante una riunione scientifica a Latina,
organizzata da Pasquali Lasagni, presso lI.C.O.T., nel
novembre del 1997, John Insall , uno dei padri della
protesizzazione del ginocchio, esegui' un intervento chirurgico,
video trasmesso in diretta: ad un paziente di 62 anni,
pensionato, non sportivo, affetto da gonartrosi compartimentale
mediale, con integrita' di quello laterale, della femoro rotulea,
del L.C.A. e modesto varo, impianto' una protesi totale, postero
stabilizzata e cementata.
Nel corso della discussione, che segui' lintervento, gli
chiesi di fornirci delucidazioni riguardo alle indicazioni, perche', nella mia modesta esperienza, in quel caso, avrei
utilizzato una monocompartimentale. Mi rispose come, negli
U.S.A., la mono non fosse una tecnica molto diffusa, anche se si
era notato, negli ultimi anni, un incremento dei lavori
scientifici con buoni risultati e discreto follow up. Lui,
comunque, la preferiva totale e postero stabilizzata. In
quelloccasione, laveva cementata, perche' riteneva il
paziente non troppo giovane. Concluse affermando che, in materia
di ginocchio, le indicazioni sono spesso frutto di una filosofia
personale. Una frase magica che mi trovava perfettamente
daccordo, tanto che avevo gia' deciso di intitolare lo
spazio, nel nostro Convegno, dedicato allesperienza
americana: " the U.S.A. philosophy ".
Ho citato questo episodio, perche' patognomonico della profonda
controversia in atto circa il trattamento dellartrosi del
ginocchio.
Nei riguardi della mono poi, esistono diversi pregiudizi, frutto
di notizie imprecise ed allarmanti che circolano tra i chirurghi,
legate al fatto che, agli albori della sua vita, ha conosciuto, piu' di altre metodiche, complicanze ed insuccessi, dovuti alle
errate indicazioni ed alle difficolta' tecniche, che hanno aperto
la strada alla totale, maggiormente spinta dal mercato, perche' piu' semplice da applicare.
Questo Convegno Internazionale, nasce dallambizione di far
chiarezza in questo campo, mossi dalla bonta' dei nostri
risultati, seppur modesti, frutto di unesperienza decennale
che ci ha portato, negli ultimi anni, ad un utilizzo pari alla
totale.
Il mio percorso professionale, mi ha portato a sposare subito
questa tecnica, perche' meno aggressiva e maggiormente rispettosa
dellapparato capsulo legamentoso del ginocchio. Infatti,
quando iniziai la mia attivita' chirurgica, nellormai
lontano 1981, ebbi la fortuna di incontrare, in Italia, G. A.
Ilizarov, invitato dai colleghi dellAssociazione italiana
dellOsteosintesi, per divulgare la sua filosofia, di
correzione e guarigione di molti quadri morbosi dellosso,
per mezzo di un fissatore esterno elastico che esaltava il metodo
naturale. Mi appassionai ai nuovi concetti , portato dagli studi
di Sarmiento e Fernandez Esteve, sul processo di
consolidazione delle fratture ( 10 ). Da allora, quando ho potuto
scegliere, ho sempre preferito tecniche rispettose delle leggi
biologiche e biomeccaniche naturali o, comunque poco invasive. E cosi' e' stato per i gessi funzionali, grazie allamicizia
di Alberto Diara , per gli allungamenti e le osteotomie con
lapparato di Ilizarov ( 2, 11 ), per lartroscopia,
aiutato dal maestro Max Magi, per la ricostruzione del L.C.A.,
della cuffia dei rotatori ecc..
Iniziai ad occuparmi di artroprotesi nel 1988, allora, nella mia
divisione, si utilizzava una tecnica con strumentario
intramidollare ( Miller Galante ), e subito colsi gli
aspetti positivi della monocompartimentale ( 39, 45 ).
La possibilita' di un trattamento protesico compartimentale
dellartrosi del ginocchio, era gia' stata intuita da
McKeever ( 1960 ) e da McIntosh ( 1972 ), i quali suggerivano la
sostituzione dellemipiatto tibiale degenerato, con un disco
protesico.
Da allora la mono ha subito una notevole evoluzione, fino alle piu' moderne protesi modulari ( Marmor, 1988 ) ed a menischi
mobili ( Goodfellow,1996 ) con un cammino simile alla totale. Mi
preme qui sottolineare come la monocompartimentale non debba
essere considerata meta' protesi totale ( Insall,1993 ), perche'
se ne differenzia per caratteristiche concettuali e pratiche (
Marmor, 1977 ).
Da un punto di vista strettamente chirurgico, essa rappresenta un
presidio notevolmente meno invasivo. Infatti, lapparato
legamentoso non viene lesionato, cosi' come larticolazione
femoro rotulea ( Corpe, 1990 ); non necessita di uno strumentario
intramidollare, pur consentendo una correzione tridimensionale,
senza alterare lasse meccanico ( Dejour, H., 1991 ). In
caso di fallimento, il ricorso alla protesizzazione totale, in virtu' della scarsa resezione ossea, che ne preserva il bone
stock, non presenta eccessivi problemi ( Levine, 1996;
Jackson,1997) e la sepsi, qualora sfortunatamente insorga, si
presenta con quadri piu' modesti e maggiormente risolvibili.
Accanto a questi vantaggi per il chirurgo, ne esistono di pratici
anche per il paziente: ridotte perdite ematiche, tanto da non
dover piu' ricorrere alla trasfusione di sangue, neppure in caso
di protesizzazione bilaterale nella stessa seduta operatoria (
per questo, dal 1995, la nostra divisione e' un punto di
riferimento nazionale per i Testimoni di Geova ) minor rischio di
trombosi venosa e sepsi maggiori indicazioni ad unanestesia
locoregionale - minori degenze ospedaliere con piu' veloci e
migliori recuperi della funzionalita' articolare, rispetto alla
totale( Chassin e Andriacchi, 1996; Mikosz, 1993 ).
Confermati dalla nostra esperienza con i pazienti affetti dal
morbo di Parkinson. Il tutto per un evidente risparmio della
spesa sanitaria, vantaggio non ultimo in tema di gestione delle
risorse economiche.
Occorre tuttavia precisare che, questi risultati, sono ottenibili
solo a fronte di una rigorosa selezione dei pazienti, ai quali e', effettivamente, possibile garantire una ripresa
dellarticolarita' tale, da consentire la pratica di una attivita' sportiva leggera.
Scott R.D.( 1981 ), Kozinn ( 1989 ), Goutallier ( 1991 ), Stern
S. H. e Insall J. 1993, Voss. e Galante (1995 ), Grelsamer R.P. (
1995 ), hanno schematizzato le indicazioni elettive per la mono:
artrosi monocompartimentale con comparto controlaterale indenne o
con minimo interessamento ( grado 1° o 2° di Ahlback ), femoro
rotulea non sintomatica, arco di movimento maggiore di
90°, deviazioni assiali non superiori a 15°, non dolore a
riposo, assenza di lassita' anteriore, eta' superiore ai 60 anni,
peso inferiore agli 82 chilogrammi, rigidita' in flessione non
superiore ai 5°.
Indicazioni, solo apparentemente limitative, ma che selezionano
una gran parte dei nostri pazienti, soprattutto quelli di origine
mediterranea e di sesso femminile, rubando spazio alle osteotomie
ed alle protesi totali.
Un grande aiuto, nella diagnosi e nella guida delle nostre
scelte, ci viene dallartroscopia, che noi utilizziamo
preventivamente od in associazione, ad esempio, con le
osteotomie.
Alla luce della nostra esperienza, analizziamo alcuni degli
aspetti piu' controversi, portandoli in discussione.
Degenerazione femoro tibiale monocompartimentale:
per noi lindicazione si pone per il grado 3° e 4° di
Ahlback. Per i quadri minori, a secondo delleta',
consigliamo: lartroscopia, losteotomia e, per aree
limitate, linnesto di cartilagine ( Jackson D. W. 1996,
Hangondy L. 1997). Femoro rotulea: difficile
trovarla completamente indenne o asintomatica.
Noi abbiamo notato un miglioramento della sintomatologia, dopo la
protesi, soprattutto nellalzarsi dalla sedia e nello
scendere le scale, dovuto al riequilibrio dellasse
meccanico del ginocchio. Spesso associamo gesti chirurgici quali
: lasportazione degli osteofiti, condroplastiche,
perforazioni, release dellalare, soprattutto nel valgo, a
volte con una artroscopia preventiva.
Peso : i limiti imposti sono, ovviamente, relativi. Un
uomo alto 1,90 m., non puo' pesare meno di 82 kg. e, se gli altri
parametri lo consentono, per noi lindicazione alla mono
rimane, anche perche' la protesi e' di misura proporzionata.
Forse e' piu' importante la volonta' e la tendenza al
dimagrimento. Una donna di 85 kg., con modesto varo, alta 1,70
m., che vorrebbe calare di peso ma e' limitata, nel movimento,
dal dolore, puo' avvalersi di una monocompartimentale, cosi' come
un paziente in calo che chiede un aiuto per migliorare. Sono
quelli che rischiano meno di ingrassare dopo lintervento.
Diverso e' il discorso per leccesso di peso in osteoporosi
con varo, soprattutto per quei piatti che prevedono fittoni o
lame stabilizzatrici, controindicazione assoluta
allimpianto mono.
Rigidita' articolare: dipende dalla causa: corpi mobili,
osteofitosi, problemi patello - femorali possono essere risolti
con lasportazione durante lintervento od, in
alternativa, con unartroscopia chirurgica preventiva,
seguita dal controllo del beneficio raggiunto. In questo modo,
possono essere affrontate limitazioni dellestensione
superiori a 10°.
- Lassita' legamentosa: escludiamo le lassita' antero
posteriori combinate da lesione del L.C.A. e L.C.P.. Una
certa insufficienza del legamento crociato anteriore, con un
lieve jerk e un side to side difference, al KT 1000, inferiore ai
5 mm., non impedisce un buon risultato, anche per la ridotta attivita' fisica ed il ripristino della
stabilita' laterale, dopo
lintervento.Riassumiamo, allora, le controindicazioni
assolute allimpianto:
Reumatismo infiammatorio: tutti daccordo, anche se,
in verita', , in questi casi morbosi, nella nostra esperienza,
abbiamo sempre trovato una degenerazione tricompartimentale, mai
mono, come invece qualche autore ha descritto.
Artrosi femoro patellare importante e, soprattutto,
sintomatica.
Lassita' combinata grave.
Obesita' con varismo in osteoporosi.
Rigidita' in flessione superiore ai 15° o non correggibile.
Errori di tecnica: applicazione di piatti tibiali con
polietilene inferiore agli 7 mm. di spessore.
Ipercorrezione dellasse frontale. Utile lasciare almeno 2
mm. di gioco in varo o valgo.
Non correggere le patologie dellanca associate, prima
dellimpianto al ginocchio.
Le casistiche, riportate in letteratura, con queste indicazioni,
sono molto incoraggianti. Presentano curve di
sopravvivenza superiori al 90% con follow up di almeno 3 anni (
Cartier P. 1987, Stockelman R. E. 1991, Christensen N. O. 1991,
Larsson S. E. 1988 , Heck D.A. 1993 ), sovrapponibili a
quelle delle totali, con controlli clinici a distanza di tempo
maggiore ( McKinnon J. I988 , Scott R.D. 1991, Witvoet J.
1993, McKenzie J. R. 1993, Cameron H. U. 1988, Rongraff J. R.
1991,Carr A. e Goodfellow J. 1993, Laurencin C. T. e Scott R.D.
1991 ) e superiori a quelle delle
osteotomie ( Brangton N. S. e Newman J. H. 1986 , Jackson
M. e Newman J.H. 1994 ).
Sostituiscono, in parte, le prime pubblicazioni che descrivevano
insuccessi oltre il 35% ( Mallory T.H.1983, Laskin R S. 1978,
Insall J. 1980 ), anche se tutti gli autori concordavano
nellindividuare, quale principale causa, la scorretta
selezione dei pazienti ( Barret W. P. , Scott R .D. 1987 ),
riducendone cosi' lapplicazione a non piu' del 10% di tutte
le protesi del ginocchio.
Rimangono comuni le cause di fallimento per errori di tecnica
chirurgica: imperizia, scorretta correzione delle deformita'
assiali, cattivo allineamento delle componenti protesiche, errori
nella cementazione, utilizzo di polietilene inferiore ai 6 mm. di
spessore ( Bert J. M. 1997, McCallum J.D. e Scott. R.D. 1995 ).
Per metodiche, risulta piu' lunga e per tutte queste ragioni , la
curva di apprendimento, rispetto ad altre spesso scoraggia il
chirurgo.
La soddisfazione che la maggioranza dei pazienti esprime, durante
i controlli ambulatoriali a distanza di tempo, associata alla
constatazione della completa mobilita' articolare, del recupero
dellasse anatomico e della stabilita' in varo valgo,
dellassenza del dolore, della zoppia, della facilita'
nellalzarsi dalla sedia o nel salire le scale, della possibilita', persino, di correre e saltare dei
piu' giovani (
anche se proibito ), dovrebbe indurre ad una maggior costanza.
Infine, un aspetto difficilmente quantificabile, dal punto di
vista scientifico, e' la minor preoccupazione con la quale
propongo, ai pazienti, lintervento di sostituzione
protesica monocompartimentale, la minor tensione quando mi
accingo ad entrare in sala operatoria, quasi sempre
contraccambiato dal paziente, tanto che ci e' sempre piu' facile
sorridere del suo problema. Entrambi sappiamo di correre meno
rischi, di ottenere, nelle corrette indicazioni, ottimi risultati
con la possibilita' di una agevole ripresa chirurgica, in caso di
malaugurato fallimento.
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